Antonello da Messina: chi ruba il passato?

Alessio Briguglio
Cronaca
22/08/2026

C'è qualcosa di profondamente contemporaneo e, dunque, decadente nel furto delle opere di Antonello da Messina. Forse, proprio perché i pezzi hanno più di cinque secoli, provenienti da un tempo che immaginiamo remoto, protetto dalla distanza e dalla sacralità della storia. E, invece, eccole diventare protagoniste, nella notte di Ferragosto, di una storia criminale del tutto contemporanea, oltre che disarmante nella sua banalità.


Ogni epoca sembra avere il proprio grande furto d'arte, quasi che il modo in cui una società sottrae, nasconde e commercia ciò che appartiene alla storia dica qualcosa della società stessa. Messina, 15 agosto al Museo regionale Accascina, vengono sottratti tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, realizzato da Antonello nel 1473, e una tavola bifronte con la Madonna col Bambino e il Cristo in pietà. Altri due pannelli, inizialmente portati via, sono stati abbandonati all'esterno del museo e recuperati dopo la telefonata di una passante al 112.


Abbiamo, dunque, un museo violato, sistemi di sicurezza aggirati, un possibile basista, un furgone utilizzato per la fuga, telecamere da analizzare e una città che si accorge del furto quando una cittadina trova alcune delle tavole abbandonate per strada, davvero. Ora, le opere di Antonello non sono normali oggetti da mercato nero. Sono troppo note, troppo riconoscibili, troppo catalogate. Non si possono semplicemente mettere in vendita. Non si possono portare facilmente all'asta. Non si possono mostrare a un compratore qualsiasi senza correre il rischio che qualcuno le riconosca. È proprio questa caratteristica ad avere spinto gli investigatori e gli esperti a considerare l'ipotesi di un furto commissionato, oppure destinato a circuiti criminali nei quali l'opera può assumere una funzione diversa da quella commerciale: garanzia, merce di scambio, strumento di pressione.


La Procura di Messina, del resto, sta procedendo senza escludere l'eventuale coinvolgimento della criminalità organizzata di stampo mafioso. Il procuratore Antonio D'Amato ha spiegato che questa possibilità viene considerata proprio perché la criminalità organizzata ha storicamente mostrato interesse per i beni culturali. Ma, se davvero dovesse emergere una matrice mafiosa, la domanda non sarebbe soltanto se ci sia una mafia dietro il furto, ma quale mafia e attraverso quale rete presente sul territorio.


In questa prospettiva criminale, Messina non è una città isolata dalla geografia che la circonda, così come creduto per decenni, anzi. Una relazione della Direzione investigativa antimafia aveva già evidenziato, per il territorio messinese, la presenza di interessi sia di Cosa nostra sia della 'ndrangheta e la particolare posizione della città rispetto ai traffici che attraversano lo Stretto. Non sarebbe dunque serio stabilire oggi una responsabilità che gli investigatori stanno ancora cercando di verificare. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la domanda. Se la pista mafiosa diventasse concreta, capire se dietro il furto ci sia Cosa nostra, la 'ndrangheta o una collaborazione tra soggetti appartenenti a circuiti criminali differenti sarebbe una parte fondamentale della storia. Perché la Calabria non è semplicemente "dall'altra parte" dello Stretto.


Le indagini recenti del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno peraltro mostrato concretamente l'esistenza di reti criminali capaci di operare contemporaneamente in Sicilia e Calabria nel traffico illecito di beni culturali. Nell'operazione Ghenos-Scylletium, del dicembre 2025, gli investigatori hanno documentato collegamenti recenti tra una squadra siciliana di tombaroli e soggetti operanti in Calabria. È un elemento importante perché ci impedisce di immaginare il crimine dell'arte come qualcosa di folcloristico: il ladro solitario che entra nel museo per rivendere un quadro a un collezionista altrettanto solitario.


Ogni generazione inventa il proprio modo di rubare il passato. I principi rinascimentali collezionavano, gli antiquari clandestini trafficavano, i grandi criminali del Novecento utilizzavano i capolavori come trofei o strumenti di scambio; oggi esistono reti transnazionali, banche dati digitali, mercati globali e organizzazioni capaci di spostare un bene dall'altra parte del mondo. C'è poi il tema del mercato nero, che rende meno rassicurante l'idea secondo cui opere tanto celebri sarebbero automaticamente invendibili.


È vero, chiaramente un Antonello da Messina è talmente riconoscibile e documentato da essere quasi impossibile da immettere nel mercato , tanto legale quanto illegale, senza destare sospetti. Il mercato clandestino contemporaneo, però, non funziona più necessariamente secondo la logica del "troviamo qualcuno disposto a comprare". Le reti criminali transnazionali, anche grazie agli strumenti digitali, possono mettere in relazione domanda e offerta su una scala enormemente più ampia, utilizzando intermediari, circuiti privati e mercati internazionali difficili da ricostruire. L'asse del problema può così rovesciarsi: non più "esiste un acquirente per quest'opera?", ma "come facciamo a consegnare questa opera all'acquirente?".


Antonello aveva dipinto uomini e santi per raccontare un mondo. Oggi, il furto di quelle opere ci raccontano il nostro, appunto, decadente e, allo stesso tempo, quanto valga ancora la memoria. Quanto possa valere economicamente, criminalmente e simbolicamente. Soprattutto, quanto sia fragile perchè, spesso, la memoria il luogo dove alberga tutto ciò che, a torto o a ragione, crediamo eterno.