Da Falcone a Nolan: il "Prestigio" di Cosa Nostra

In the Prestige, l’Alfred Borden di Christian Bale recita “Non è importante il prestigio in sé, quanto il trucco che si nasconde dietro”. Ecco, secondo me, Cosa Nostra è riuscita in un numero di magia degno del capolavoro di Christopher Nolan.
Un prestigio, appunto, composto dalle stesse tre parti incardinate dall’autore inglese:
" La prima si chiama “presentazione”: il mago mostra qualcosa di ordinario che naturalmente non lo è. La seconda si chiama “colpo di scena”: il mago trasforma quello di ordinario in qualcosa di straordinario. Non cercare di scoprire il segreto perché non ci riuscirai. Per questo esiste una terza parte chiamata “prestigio” dove succede l'inaspettato, dove vedi qualcosa che non hai mai visto prima".
No, non mi riferisco ai chili di tritolo con cui sono stati imbottiti i piloni dell’autostrada senza che nessuno vedesse nulla. No, non mi riferisco nemmeno alle lupare bianche, i desaparecidos siciliani. No, neanche alle autostrade tortuose che di curva, in curva, in curva, in curva attraversano impietose le pianure dell’entroterra siciliano così da allungare la durata dei lavori e degli appalti.
Il vero prestigio è stato passare da “la mafia non esiste” a “ormai la mafia non esiste più”. Esatto. Non avete anche voi la sensazione di esservi persi qualcosa? Esattamente come durante lo spettacolo di un prestigiatore, ci siamo persi il momento del trucco. Eppure, stavamo tutti guardando… Giusto?
Proviamo a smontare la performance, comportiamoci da professionisti e approcciamo l’analisi proprio come faremmo con il lavoro di un illusionista. Scandagliamo tutti i passaggi, come farebbe un rivale seduto tra la folle sbigottita ed eccitata.
Facciamo un passo indietro, ripartiamo dalle tre fasi del “prestigio”:
La prima: la promessa. Il mago presenta qualcosa di ordinario.
Cosa c’è stato di più ordinario se non la frase “la mafia non esiste”? Oggi, comprensibilmente, una frase del genere sembra idiota, nella più latina delle accezioni chiaramente, solo da pensare. Per lunghe decadi aride di dibattito, però, così non è stato. Non bisogna dimenticare lo sforzo titanico compiuto da giuristi, giornalisti, sindacalisti, insegnanti, poliziotti, carabinieri, finanzieri, commercianti e semplici padri di famiglia detestati già solo per credere alla mitologica “Mafia” che tutto controllava e tutto inghiottiva. Una "piovra", proprio come il titolo del fortunatissimo e coraggiosissimo sceneggiato RAI che per primo affrontava il tema.
Basti pensare che nella celebre puntata di “Samarcanda” e del “Maurizio Costanzo show” condotta a reti unificate dal recentemente scomparso Maurizio Costanza e Michele Santoro, tra il pubblico compariva Totò Cuffaro. Al tempo, il giovane segretario della Democrazia Cristiana proferì un sibilante “j’accuse” nei confronti del giudice Giovanni Flacone, a suo dire colpevole proprio di infangare il buon nome della Sicilia con le sue indagini. Uno dei due è diventato Presidente di Regione, l’altro ha fatto un volo di 64 metri insieme alla sua auto blindata, sua moglie, la sua scorta. Il presidente di regione, per dovere di trattazione, è stato anche condannato per mafia, ma non diventiamo noiosi. Quindi, “il mago presenta qualcosa di ordinario”, fatto.
La seconda fase: il colpo di scena. Il mago trasforma quel qualcosa di ordinario in straordinario.
La “conduzione” corleonese di Cosa Nostra rappresentò un vero e proprio terremoto all’interno dell’organizzazione e della terrorizzata opinione pubblica. Di conseguenza, l’unicità dello sforzo combattuto dalle istituzioni contro questo preciso fenomeno criminale, non solo non ha precedenti all’interno della storia italiana, ha ben pochi paragoni anche nella storia criminale del pianeta Terra.
Sensazionalismo e perverso orgoglio patriottico? Direi di no, i numeri che poteva vantare Salvatore Riina al picco della sua guerra allo Stato sono quelli di un vero e proprio esercito: potenza di fuoco, uomini, generali, logistica e intelligence. C’era tutto. Giocando al ribasso e applicando numeri non erodotei, le unità sul campo gestite dalla Cosa Nostra della guidata da Totò Riina raggiungevano i 5.000 uomini. Una forza paramilitare a cui aggiungere le famiglie, nella stragrande maggior parte dei casi, di questi 5.000 affiliati, in grado di coadiuvare l’attività criminale gestendo infrastrutture, comunicazioni, depositi e spostamenti sul territorio.
Tutto questo potere, questa potenza e questa violenza inferta a nemici interni ed esterni, trasformarono Cosa Nostra in un mostro straordinario, nuovo e terribile anche per gli affiliati stessi.
Una metamorfosi che mentre con una mano permetteva alla mafia siciliana di consacrarsi alle cronache come tra le espressioni criminali più terribili e scellerate, dall’altra ne minò irreparabilmente la stabilità.
L’ordinarietà, se di “ordinarietà” è possibile e permesso parlare in questo contesto, composta da omertà e sparizioni, sporadici atti eclatanti, eroina importata dall’oriente e raffinata per inviarla in America, equilibri tra famiglie e appalti pubblici truccati si vide messa a raschio da un’inedita e insaziabile sete di sangue.
Dopo lo “straordinario” eccolo, la terza ed ultima fase, il Prestigio. Il mago riporta lo straordinario ad ordinario" la pax mafiosa.
Ad un certo punto, però, tutto tacque. Proprio come dopo la detonazione di un ordigno vicino, inizialmente tutto quel rumore si trasformò in un sibilante fischio alle orecchie per poi, con il tempo, lasciare spazio ad un ben più assordante silenzio.
Adesso, senza guardare nell’abisso della trattativa Stato- Mafia (e non perché manchi la voglia o il tempo ma perché per sua natura il tema merita un approfondimento serio, chirurgico, severo e assestante) qualcosa è accaduto. La repentina, anche se meno di quanto si racconti, riduzione delle ostilità da guerra civile fece tanto rumore quanto il tritolo dei mesi precedenti.
Una manovra teatrale d’inganno e mistificazione. “La Mafia” è passata da “non esistere” a “esistere più”. Notevole. Il senso di colpa dell’opinione pubblica, il peso di quella proverbiale polvere sotto il tappeto accumulata dal dopo guerra, forse, è stato troppo. Le grandi stragi che culminarono con gli omicidi eccellenti di Falcone e Borsellino non garantivano più il “beneficio del dubbio” a quelle forze politiche, criminali e civili che per cinquant’anni avevano, come Penelope, tessuto e scucito la tela del dubbio. Dovevano pronunciarsi, prendendo le distanze dall’apocalisse di inizio anni ‘90 e dovevano farlo in fretta.
Come chiedere scusa ad una regione intera per averla lasciata sola, agnello sacrificale per tenere buono quel mostro che aveva aiutato gli alleati a risalire velocemente la penisola? Come prendere le distanze da vere e proprie truppe irregolari che erano arrivate a bussare alle porte delle istituzioni?
Semplice, era giunto il momento di “andare avanti”.
Sia chiaro, sarebbe troppo facile, troppo comodo scaricare ogni tipo di responsabilità verso l’altro. Non sarebbe una vera espiazione se non ci si prendesse la responsabilità delle proprie azioni o omissioni. Gli adulti funzionano così.
Questo “andare avanti” fu accolto nel sollievo generale, era la carta “esci gratis di prigione” del Monopoli consegnata ad una popolazione stanca e terrorizzata. Ne avrebbero approfittato tutti. Soprattutto, la grande narrazione cinematografica nostrana che per più di un decennio si è trincerata dietro goffi tentati di rappresentazione agiografica dei due giudici, nella maggior parte priva di arte o cuore.
Quello a cui abbiamo assistito ad inizio degli anni ’90, è stato il più grande prestigio di Cosa Nostra.
Il timore reverenziale, forse il senso di colpa condiviso, per la sorte di Falcone e Borsellino non ha mai permesso, paradossalmente, che la conversazione sul tema raggiungesse la profondità necessaria per spiegare un fenomeno radicato, triste che con il cancro condivide una sintomaticità prevalentemente nascosta, che si manifesta solo quando è troppo tardi. Quando giunge il momento di far piangere famiglie intere.
Allo stesso tempo, la collusione politica di alcuni partiti con Cosa Nostra ha sortito il bislacco effetto, sul pubblico generalista, di infettare con l’ideologia politica anche la fenomenologia del fenomeno criminoso e, prima, associativo.
Proprio questo atteggiamento, come un male antico e sopito, ha iniziato ad avvelenare anche il dibattito contemporaneo pubblico, politico, giuridico e istituzionale. La cattura di Matteo Messina Denaro, il passaggio al regime di libertà vigilati di Giovanni Brusca e lo sciopero della fame di Alfredo Cospito sono stati gettati senza criterio in un grande calderone. Un atteggiamento scellerato che non fa bene a nessuno e che genera confusione su un tema, mal metabolizzato e, forse, mai compreso affondo dal grande pubblico.
Negare o sminuire il valore fondamentale delle intercettazioni, immaginando lavori d’indagine “anni ‘80” fisicamente ed economicamente dispendiosi; discutere della misura del 41 bis come se fosse l’ennesima opinione da bar da colorare politicamente; non riconoscere i meriti di donne e uomini delle istituzioni che dopo decadi di lavori perniciosi e chirurgici riescono a mettere in fila i tasselli di un domino complesso per arrestare un capo clan… sono comportamenti che avvelenano le già terse acque della fiducia nelle istituzioni. Criticare certo, ma con cognizione di causa.
Iniziamo a parlare per bene di Cosa Nostra e facciamolo aiutati da racconti di qualità di un pezzo di storia che, non solo non deve essere dimenticato, ma raccontato e raccontato bene senza pressapochismi, senza autoindulgenza e, anche, con arte.