Garlasco: l’illusione di controllare il racconto

Alessio Briguglio
Cronaca
02/05/2026

Nel caso di Garlasco, gli ultimi sviluppi che hanno riportato al centro la figura di Andrea Sempio non stanno incidendo soltanto sul piano investigativo. Stanno aprendo, soprattutto, una riflessione più profonda su un modello che per anni ha dominato la cronaca giudiziaria italiana, quello della mediaticizzazione della difesa.


La presenza di indagati, anche solo persone coinvolte, in talk show, interviste e ricostruzioni televisive è stata considerata quasi obbligata. “Esserci” significava non lasciare spazio ad altri, costruire una propria versione dei fatti, presidiare il racconto pubblico prima ancora di quello giudiziario. Attaccare per primi.


Ma proprio la traiettoria del caso Sempio mostra oggi una crepa evidente in questo schema. Perché quando un soggetto sceglie di esporsi, di raccontarsi, di partecipare attivamente al dibattito mediatico, diventa poi più complesso spiegare, sul piano della percezione eventuali silenzi, reticenze o mancanza di dettagli davanti agli inquirenti. È una scelta pienamente legittima, spesso suggerita in chiave difensiva. Genera, però, una tensione evidente, per cui si parla dove non si è obbligati a farlo e si tace, o si riduce, dove ogni parola può avere un peso processuale.


È qui che il paradigma rischia di cambiare. Le difese, osservando l’evoluzione di Garlasco, potrebbero iniziare a considerare la sovraesposizione non più come uno scudo, ma come un possibile punto debole. Ogni dichiarazione pubblica diventa materiale analizzabile, confrontabile, talvolta utilizzabile per evidenziare incongruenze.


La vera svolta, così, potrebbe essere questa. Tornare a meno studi televisivi e più studi legali. Perché se il caso Sempio insegna qualcosa è che nel processo mediatico si può anche vincere per un giorno ma è in quello giudiziario ogni parola, detta o evitata, presenta il conto il più salato.