L’estate in cui imparammo che il femminicidio esiste

Luigia Fortunato, uccisa a coltellate dall’uomo con cui aveva condiviso la sua vita.
Tania Sperindio, uccisa nella sua casa dall’ex marito. Dafne Rebaudo, precipitata da una terrazza e poi scoperto che, secondo gli inquirenti, qualcuno l’aveva spinta. Daniela Florea, trovata morta nel suo appartamento, con il corpo occultato dall’ex compagno.
Tania Terrin, strangolata dall’ex compagno la sera di Ferragosto. Aveva già chiesto aiuto.
Lo aveva denunciato dopo un’aggressione. Nei confronti dell’uomo era stato emesso un ammonimento del Questore. E poche settimane prima della sua morte aveva scritto a una delle sue ex compagne per chiederle quanto fosse stato violento con lei. Ornella Forastefano, picchiata e lasciata agonizzante davanti a un ospedale. Joanna Rouissi, uccisa a coltellate dal marito davanti a uno dei suoi cinque figli.
Carmela Bifano, trovata senza vita in un agrumeto, con il marito fermato per la sua morte.
Otto nomi. Otto donne. Otto storie diverse. Eppure, dentro queste otto storie, c’è qualcosa che ritorna.
La violenza. Il controllo. La separazione. Il rifiuto. E, in alcuni casi, una richiesta di aiuto arrivata prima della morte.
Tania Terrin aveva chiesto aiuto. E non è bastato. Otto donne uccise. Otto casi che ci costringono a pronunciare una parola.
Sì, femminicidi. Non omicidi. Non uccisioni. Femminicidi.
Perché le parole contano. E questa estate, forse, abbiamo finalmente cominciato a capire che questa parola esiste.
Donne uccise dai propri compagni, dai propri mariti, dagli uomini che dicevano di amarle. E ancora una volta ci siamo ritrovati davanti alla solita favola: il gigante buono, l’uomo che ha amato troppo, la gelosia che gli ha fatto perdere la testa, la passione che si trasforma in follia. No. Questa favola non la vogliamo più leggere. Perché non esiste un amore che porta alla follia. Non esiste un amore che uccide. Esiste un uomo che non accetta di essere lasciato. Un uomo che non accetta un rifiuto. Un uomo che non riesce a comprendere una parola semplicissima, composta da appena due lettere. No.
Forse è proprio da qui che dovremmo ricominciare. Invece di insegnare alle nostre bambine che prima o poi arriverà un principe a salvarle, potremmo insegnare loro che non hanno bisogno di essere salvate da nessuno. Invece di raccontare a Biancaneve che la felicità passa attraverso un principe e sette nani che si prendono cura di lei, potremmo raccontarle che la sua vita le appartiene.
E invece di raccontare alle nostre bambine la storia di una sirena che, pur di avere le gambe e correre dietro a un principe visto mezza volta, rinuncia persino alla propria voce, potremmo ricordare loro che la propria voce è una delle cose che non devono mai perdere. Ma soprattutto dovremmo raccontare ai nostri bambini una storia diversa. Dovremmo insegnare loro che una donna può dire sì e poi cambiare idea. Che può amare e poi smettere di farlo. Che può scegliere un altro uomo. Che può scegliere se stessa. Che può andarsene.
E che nessuna di queste cose rappresenta un’ingiustizia da punire. Perché il problema non è soltanto insegnare alle nostre figlie a riconoscere gli uomini pericolosi. Il problema è continuare a crescere uomini ai quali nessuno ha insegnato davvero che un rifiuto non è un’offesa. Che la gelosia non è amore. Che il possesso non è amore. Che l’abbandono non è un’ingiustizia. E che un no non è l’inizio di una trattativa. È la fine. Il femminicidio, del resto, non comincia quando una donna viene uccisa.
Molto spesso comincia prima. Comincia quando lui decide che lei non può uscire con quelle amiche. Quando vuole sapere dove si trova. Quando controlla il telefono. Quando le dice come vestirsi. Quando trasforma la gelosia in una prova d’amore. Quando le fa paura. Quando lei comincia a modificare i propri comportamenti per evitare una sua reazione.
Comincia quando il controllo viene chiamato amore.
Quando la possessività viene scambiata per passione. Quando il “ti amo” diventa “sei mia”. Quando un uomo considera la libertà di una donna una minaccia al proprio potere. E allora forse questa estate abbiamo imparato una parola. Ma adesso viene la parte difficile. Dobbiamo imparare a riconoscere tutto quello che viene prima. Perché ricordare i nomi di queste donne non basta. Pronunciare la parola femminicidio non basta. Indignarsi dopo, quando una donna è già morta, non basta. La vera domanda è un’altra. Abbiamo davvero imparato che cos’è un femminicidio o abbiamo soltanto imparato a chiamarlo per nome?