UEFA: Il Calcio Europeo o Premier League 2.0?

Mai come nel 2026 il rischio che tre competizioni UEFA su tre siano vinte da squadre inglesi non è più un incubo, ma una concreta possibilità. Arsenal in Champions League, Aston Villa in Europa League e Crystal Palace Conference. Pronostici decisamente a favore dei club d’Oltremanica e poi il prossimo anno? Nove, forse undici club inglesi qualificati alle coppe: un record che urla dominio assoluto.
Non è un caso. È matematica.
La Premier League genera 3,41 miliardi di euro da diritti TV per la stagione 2025/26 (1,91 miliardi nazionali + 1,5 miliardi esteri), cifra che si ripete nel 2026/27. Per confronto, La Liga incassa 1,45 miliardi totali, la Serie A appena 1,15 miliardi. Il Liverpool da solo percepisce 212 milioni di euro solo dai diritti televisivi – praticamente quasi quanto l’Inter, squadra italiana che incassa di più, si ferma a 85 milioni. Un'ultima classificata in Premier prende 150 milioni: quasi il doppio sempre in riferimento all’Inter.
Questo divario abissale già oggi evidente, sarà sempre più evidente già nei prossimi anni con il beneplacito dell’UEFA che invece difendere e includere come proclama in molti spot che la stessa trasmette, crea regole ferree per stringere sempre più il cerchio a poche squadre, sempre le stesse.
La UEFA non solo tace, anzi peggiora le cose.
Il Financial Fair Play, spacciato per "salvaguardia dell'equilibrio", crea mostri. La Squad Cost Rule, ovvero il blocco della spesa al 70% di quanto si incassa, dovrebbe pareggiare le disparità, ma le amplifica: i ricchi diventano intoccabili, i medi vengono esclusi dal gioco.
L’esempio del Como è emblematico e fotografa perfettamente l’attuale sistema calcio. Una delle proprietà tra le più ricche d'Europa e sicuramente la più ricca in Italia - i miliardari indonesiani Hartono - hanno investito pesantemente nei due mercati passati ma tra FFP e Squad Cost rischia il settlement agreement UEFA, non rientrando nei parametri imposti. In sintesi, un club può spendere solo in base a quanto fattura. Il paradosso UEFA. Nonostante una ricchezza immensa, se sei una piccola squadra o un piccolo centro, le regole ti bloccano: devi restare piccolo, non puoi crescere, non puoi competere. È la stessa Uefa a vietarlo
Troppa distanza tra Champions e le altre
Non è solo tra campionati. Il divario tra competizioni UEFA è insostenibile. Dei 3.3 miliardi di euro destinati alla distribuzione tra i partecipanti, il 74% circa va la Champions League, mentre il restante viene spartito tra Europa League circa 17% e la Conference il restante 9% circa. In soldoni alla prima competizione (Champions) sono destinati circa 2.4 miliardi di euro, mentre alla seconda (Europa League) vanno 565 milioni di euro. Facile capire si ambisca a partecipare alla Champions, solo per gli introiti e non per avere una speranza di competitività. Partecipare alle altre coppe, con le attuali regole imposte della stessa UEFA, impedisce qualsiasi ambizione di crescita importante.
Interventi immediati
Servirebbero degli interventi immediati e precisi per cercare di riequilibrare le sorti dei campionati nazionali e la partecipazione alle stesse competizioni europee per evitare di farle diventare nelle fasi finali, partite sempre tra le stesse squadre. Riequilibrare un po’ meglio la competitività, perché è proprio quella che alla fine genera interesse e quindi visibilità e sponsor
Quali interventi fare? Di possibilità ce ne sono tante, molto dipende dalla reale volontà di affrontare il problema prima che sia realmente troppo tardi. Una redistribuzione minima dei diritti TV (20% pari tra tutti i campionati)? Uno Squad Cost Rule solo per club con oltre 200 milioni di ricavi? Premi UEFA uniformi per le prime quattro fasi di tutte le coppe? Salary cap assoluto a 120 milioni annui per tutti? Sono solo alcune idee, proposte, che gli organismi (UEFA, ECA) dovrebbero prendere in considerazione.
Senza cambiamenti si rischia di avere una Superlega mascherata, quella stessa Superlega aspramente combattuta dalla stessa UEFA e che ora ne sembra sfruttare l’idea. Il calcio è di tutti e tutti devono poter avere la speranza di competere con le stesse armi.
Questo calcio, così come impostato rischia di portare alla noia, quando saranno sempre gli stessi club a combattere. Come si fa a dire questo? Basta scorrere gli almanacchi, e vedere quante squadre diverse hanno vinto la Coppa dei Campioni poi divenuta Champions League fino al 2000 e poi quante diverse sono state le squadre che hanno alzato la coppa con le orecchie negli ultimi 25 anni. Sono 21 squadre diverse provenienti da 13 nazioni diverse ad aver vinto prima del 2000. 9 le squadre diverse ma sono solo 5 le nazioni di provenienza. Il cerchio si stringe.